fabio ha scritto:ryu no kokyu ha scritto:se ci si accinge all'esperienza del vuoto durante lo stato meditativo mossi da devozione o volontà di ricerca o volontà di adesione o gratitudine verso l'assoluto o saggezza primordiale e non mediata.
se ci accingiamo all'esperienza del vuoto con il concetto di grazia intrinseco allo stesso esistere, turbiamo lo stato meditativo con il nostro comportamento e allontaniamo la possibilità dell'autoilluminazione.
ciò che è cosa buona e giusta fuori dallo stato meditativo
non è cosa buona e giusta nello stato meditativo.
sarebbe sintomo di attaccamento.
un sorriso.
r.
se lo stato meditativo viene turbato non si è in meditazione. credo che l'argomento sia difficile, perchè nell'intimo forse ognuno di noi ha idea diversa di meditazione. chi pensa alla meditazione come pennica, chi come concentrazione, ognuno nel suo presente per come può.
la mia esperienza mi porta a non riuscire a capire cosa si intende per
devozione o volontà di ricerca durante lo stato meditativo. però mi rendo conto che la mia esperienza non so se si può chiamare meditazione, o pennica, o concentrazione.
besos
credo che il brano riportato sopra vada interpretato anzi possa essere interpretato in varie maniere.
ciò che dici è giusto: se lo stato meditativo viene turbato non si è in meditazione, ma c'è da dire che fin quando lo stato naturale (quello in cui il veggente riposa in se stesso) non si è stabilizzato, ci sono delle "oscillazioni ".
ricordo una volta sulla spiaggia , in cui ero immerso in quella che si può considerare, credo, meditazione profonda, ed ho sentito come una coltellata.
in realtà era un treno che fischiava lontano, ma mi ha turbato scuotendomi dallo stato meditativo.
in realtà quando si medita si medita, ma c'è un prima ed un dopo.
così come quando si dorme si dorme, ma c'è qualcosa prima dell'addormentarsi e c'è qualcosa prima dello svegliarsi.
con questo non voglio dire che la meditazione è uguale al sonno, ma forse l'esempio rende l'idea.
credo che la citazione di cui sopra possa riguardare anche altre cose.
nelle upanishad si dice :
"si diventa ciò che sipensa, questo è il grande segreto".la meditazione è uno strumento operativo.
se il pensiero del meditante è completamente concentrato sul piano in cui vive il dio, la realizzazione consisterà nel ritrovarsi sul piano sul quale dimora
il dio.
se il pensiero è concentrato sui piedi di loto del dio, la realizzazione consisterà nel ritrovarsi ai piedi del dio.
se il pensiero è concentrato sulla forma del dio la realizzazione consisterà nel ritrovarsi nella forma del dio.
se il pensiero è concentrato sui "poteri" del dio, la realizzazione consisterà nel ritrovarsi i poteri del dio.
la realizzazione non duale, l'autoilluminazione (forse) di cui si parla sopra consiste nell'andare al di là del manifesto,formale e informale.
nei primi quattro casi si è nella manifestazione per cui c'è comunque un veggente ed un oggetto percepito, ovvero maya.
fossi anche l'universo avrei la possibilità di percepire ciò che è compreso in me, esattamente come "io" percepisco la digestione o il dolore se mi danno una martellata al piede.
in altre parole "oggi"
posso anche realizzare Indra e ritrovarmi a cavalcare l'elefante sacro , lanciare fulmini e combattere superdemoni.
ma domani indra può riscoprirsi formica.
la faccenda è secondo me ,ben spiegata nel
mito della sfilata delle formiche narrato dal Brahmvaivarta Purana- (krsna khanda) e reso noto in occidente da Heinrich Zimmer (Miti e simboli dell'India- Adelphi editrice)
un sorriso.
r.